Ultimo Brindisi (omaggio a Anna Achmatova)
Marzo 25th, 2007 Posted in Cattolica, Libri
Da un po’ di anni a Cattolica (come credo in quasi ogni luogo) si registra l’inesorabile e sotterranea infiltrazione di una bizzarra genìa, una milizia in silenziosa capillare espansione. E’ l’Invincibile Armata delle badanti, donne provenienti dall’est europeo che recano con sè una girandola disorientante di toponimi, un brodo primordiale di etnie che travolge in segreto ogni cosa: ucraine, russe, bielorusse, georgiane, moldave, lettoni, lituane, estoni, azere, armene, kazake, nakhchivane, uzbeke, kirghize, tagike, turkmene. Donne nerborute che cullano negli occhi gli spazi siderali delle steppe caucasiche e si cibano dell’artrite dei nostri nonnini. Si ritrovano in punti precisi della città, abitualmente a pomeriggio inoltrato nei giardinetti di fronte a Palazzo Mancini o sulle panchine del Parco della Pace. Sono una corporazione in continua espansione che comunica cavalcando migliaia di dialetti slavi e pianifica una sottomissione non violenta dell’Occidente per mezzo di una strategia sublime: la sistematica conquista di ogni uomo sopra i 40 anni dotato di codice fiscale e passaporto italiano.
Le maliarde hanno potenti armi conquistatrici: 1) una forza fisica ancestrale con cui piegano facilmente gli omuncoli autoctoni ripiegati troppo spesso su straripanti nevrosi, 2) sguardi di acciaio da cui non trapela il minimo intendimento, 3) una fittissima rete di relazioni che mettono a frutto con machiavellica sagacia.
Queste donne dell’Est hanno anche qualcos’altro però, qualcosa di indefinibile e potente nel portamento, un’aura oscura che trascolora in un lirismo solitario e dilagante divenendo impenetrabile corazza contro ogni genere di avversità.
Quando le contemplo procedere contro il vento e stagliarsi contro di esso poderose e incrollabili, ho l’impressione di assistere al manifestarsi di una forza sovrumana. Contrappongono al vento una nerbo, una fierezza che parla di atavica sofferenza, di fatica, di lavoro, di sacrifici, di esilio. E mi ritorna la straziante bellezza dei versi di Anna Achmatova e mi sovviene di quanto abbia amato la poesia della Signora di Odessa e di come mi sia rimasta nell’immaginario, in certa misura potente più di ogni altra, come un monolite invalicabile.
In particolare una sua fulminante composizione dal titolo “Ultimo Brindisi”, dalla raccolta pubblicata nel 1934 “Il Giunco”. Questi versi si attagliano alla pelle di queste donne venute da lontano e ne penetrano il travaglio, l’intima soma. La durezza di questi versi è la durezza di questa gente, ogni pena è sublimata e trasecola dentro una pelle che non può più essere trapassata da niente e nessuno:
Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.



