lunedì 31 marzo 2008

Incontri con l'autore al Carducci 76


Il milieu culturale cattolichino concede segni di risveglio, in concomitanza con l'arrivo della Primavera. Segnalo infatti un interessante ciclo di conferenze che si terranno nella prestigiosa cornice dell'Hotel Carducci 76 a Cattolica.

"Il primo obiettivo," come amabilmente mi segnala Lara Badioli, curatrice del progetto, "è aprire le porte di un luogo così bello, unico, gradevole come il Carducci76 al pubblico locale. Desideriamo, continua Lara, che questo luogo fuori dal tempo sia "vissuto" e apprezzato anche da chi abita a pochi metri. Le occasioni per farlo dovranno essere pertinenti con la sua poesia, tuttavia la piacevole informalità e il calore che vi si riscontra metteranno a proprio agio tutti coloro che parteciperanno all'evento.

Sicuramente l'iniziativa che avrà più risalto tra le altre (cena legata al tango, serate musicali con duo jazz...) durante questa conferenza stampa è la presentazione di due volumi Mondadori il 6 e il 20 Aprile.

Abbiamo selezionato dei testi che potessero rispecchiare la nostra natura e quindi che toccassero argomenti come la musica, la poesia, il design, la moda...(allego la locandina).Momenti musicali intratterranno l'ospite dopo l'incontro con l'autore.
Quale modo migliore per passare un paio d'ore della domenica pomeriggio, con musica, cultura, storie interessanti e passionali...(l'amore tra Miles Davis e Juliette Greco, ho già letto il libro, è veramente coinvolgente)."

Queste le due conferenze in programma al Carducci 76:

DATA 6 APRILE 2008 "Miles E Juliette" di Walter Mauro, relatore Drudi Mauro, scrittore e musicista (accompagnamento musicale Sig. Belemmi tromba e Sig. Cloude Maarek pianoforte)
DATA 20 APRILE 2008 - "Simonetta-La prima donna della moda italiana" - Caratozzolo Vittoria Caterina, Clark Judith, Frisa Maria Luisa - Relatore Mario Lupano, Presidente del corso di laurea specialistica in sistemi e comunicazioni della moda del Dams, sede di Rimini.

Il mio umilissimo consiglio è quello di non mancare questa rara occasione di coniugare bellezza (il Carducci 76 è uno degli hotel più affascinanti costruiti negli ultimi anni in Riviera) a cultura e informazione.

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mercoledì 30 maggio 2007

Le Origini di Cattolica

Ho appena terminato di leggere un volume di Lucia De Nicolò dal titolo "Cattolica, città del viaggiatore" edito da Edimond nel 2005. Un libro che mi ero sempre ripromesso di leggere e che era rimasto sullo scaffale per parecchio tempo prima di essere vivificato dalla lettura. E devo dire che Lucia De Nicolò, insigne storica cattolichina, ha intrapreso un viaggio ammaliante attraverso la tortuosa linea del tempo, ripercorrendo a ritroso le fasi storiche della formazione dell'abitato romagnolo. Un compendio sulla sua ( e sulla mia) città che mi ha lasciato con un piacevole retrogusto di piccole scoperte, di segreti sussurrati dietro i pesanti tendaggi della Storia e che in definitiva mi ha donato una nuova prospettiva con cui poter osservare il mio piccolo formicaio.
Il viaggio attraverso il passato prende inizio dagli albori dell'insediamento, da ciò che l'archeologia ci racconta della Cattolica romana attraverso una serie di reperti che attestano come Cattolica sia sorta quale luogo di sosta per i viaggiatori che percorrevano la via Flaminia e che necessitavano di una posta per i cavalli prima di raggiungere le terre ravennati, la citta di Ariminum (Rimini) o quella di Pisaurum (Pesaro). Quindi una vocazione per l'ospitalità che già era presente nello stadio embrionale e che contraddistinguerà tutta la storia del borgo romagnolo attraverso la ruota del tempo e dei cicli umani. Siamo nati per essere albergatori, questo è certo e storicamente comprovato.
Il passo che mi ha colpito di più è l'excursus sull'origine del toponimo "Cattolica" che riporto per intero, certo della sua pregnanza:
"Se non sussistono dubbi sulla fondazione del castrum Catholicae, avvenuta nel 1271, rimangono però irrisolti alcuni quesiti, non ultimo quello della scelta del nome attribuito a questo insediamento. Perché questo centro è stato chiamato Cattolica e non per esempio Castelnuovo o Borgonuovo, o simili, come è accaduto per altri centri di nuova creazione documentabili nell'età medievale? Gli storici dal Seicento in poi che si sono interessati alla storia di questo luogo non si sono posti il problema, limitandosi a riportare riguardo alla giustificazione del toponimo un passo tratto dagli Annali Ecclesiastici del cardinal Baronio, che lega le origini del castello e l'imposizione del nome ad un episodio avvenuto in occasione del concilio di Rimini del 359 d.C. Si racconta infatti che i vescovi cattolici in fuga da quel congresso avevano trovato ricovero e protezione in un villaggio costiero, al quale per questa ragione in seguito era stato dato il nome di Cattolica. Una lapide apocrifa collocata sulla facciata dell'antica chiesa di Sant'Apollinare nel 1637, per volere dell'allora Cardinal Legato Bernardino Spada, tramanda appunto questa leggenda che, pur priva di fondamenta, storici e viaggiatori hanno poi contribuito a rafforzare nel tempo e a diffondere: 'Nel 359, mentre era pontefice Massimo Liberio, sotto l'imperaore Costanzo, il mondo cristiano si faceva specie di essere ariano, dal momento che si sentiva ottenebrato dagli inganni degli eretici. Perciò 400 vescovi ortodossi, che erano approdati a questo lido per compiere i propri riti separatamente dagli ariani ed avevano accolto i cattolici in una comune assemblea, offrirono il pretesto,perché quello stesso villaggio venisse chiamato 'La Cattolica'. Il Cardinale Cesare Baronie, poi, nei suoi Annali Ecclesiastici spiegò la ragione di quel nome e narrò l'intero fatto. Il Cardinale Bernardino Spada, per illuminare i pellegrini devoti e per dare testimonianza del proprio affetto nei confronti delle sue terre, fece incidere il ricordo su questa lapide nell'anno 1637'.
Recenti studi però hanno suggerito una nuova e più concreta spiegazione storica in quanto viene considerata la valenza bizantina del termine 'cattolica', riferito appunto a beni territoriali di carattere pubblico rintracciabili nelle terre dell'Esarcato e della Pentapoli (Carile, 1987).
La fortuna del toponimo antico si deve però sostanzialmente agli arcivescovi di Ravenna, la cui giurisdizione, sostituitasi a quella del dominio bizantino, arrivava ad abbracciare anche vasti territori della bassa Romagna. Ad essi infatti si deve la decisione di connotare, alla fine del Duecento, con il nome di Cattolica il castrum sulla strada Flaminia in cui avrebbero potuto trovare asilo i profughi dei castelli di Focara che, in urto con i pesaresi, avevano chiesto di potersi trasferire con le loro famiglie al di fuori del governo di quella città. Per dare nome al nuovo insediamento venne infatti utilizzato un vocabolo già esistente, tramandato dal passato, che qualificava in quell'epoca il corso d'acqua, il rivus Catholice appunto, e insieme tutto il piano circostante (planus Catholicae) prescelto per la fondazione del nucleo abitativo. Il vocabolo 'cattolica', dal greco bizantino, risulterebbe dunque sinonimo di 'beni a carattere pubblicistico', in altri termini, luoghi di proprietà demaniale."
Il libro prosegue il suo cammino attraverso il tempo per approdare nel ventesimo secolo quando da semplice crocevia Cattolica attrae a sè una popolazione stanziale che si dedica alla pesca e alle attività marinare costruendo un'economia di base con la quale il paese acquista gradualmente solidità, grazie anche alla sua collocazione geografica strategica..
Il passo verso la balnearità, il turismo e la valorizzazione delle risorse naturali fu breve, e la Cattolica che tutti conosciamo si plasmò con la grazia di un piccolo fiore di magnolia: da minuscolo virgulto nel dopoguerra fino al meraviglioso fiore dei giorni nostri.

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domenica 25 marzo 2007

Ultimo Brindisi (omaggio a Anna Achmatova)

Da un po' di anni a Cattolica (come credo in quasi ogni luogo) si registra l'inesorabile e sotterranea infiltrazione di una bizzarra genìa, una milizia in silenziosa capillare espansione. E' l'Invincibile Armata delle badanti, donne provenienti dall'est europeo che recano con sè una girandola disorientante di toponimi, un brodo primordiale di etnie che travolge in segreto ogni cosa: ucraine, russe, bielorusse, georgiane, moldave, lettoni, lituane, estoni, azere, armene, kazake, nakhchivane, uzbeke, kirghize, tagike, turkmene. Donne nerborute che cullano negli occhi gli spazi siderali delle steppe caucasiche e si cibano dell'artrite dei nostri nonnini. Si ritrovano in punti precisi della città, abitualmente a pomeriggio inoltrato nei giardinetti di fronte a Palazzo Mancini o sulle panchine del Parco della Pace. Sono una corporazione in continua espansione che comunica cavalcando migliaia di dialetti slavi e pianifica una sottomissione non violenta dell'Occidente per mezzo di una strategia sublime: la sistematica conquista di ogni uomo sopra i 40 anni dotato di codice fiscale e passaporto italiano.
Le maliarde hanno potenti armi conquistatrici: 1) una forza fisica ancestrale con cui piegano facilmente gli omuncoli autoctoni ripiegati troppo spesso su straripanti nevrosi, 2) sguardi di acciaio da cui non trapela il minimo intendimento, 3) una fittissima rete di relazioni che mettono a frutto con machiavellica sagacia.
Queste donne dell'Est hanno anche qualcos'altro però, qualcosa di indefinibile e potente nel portamento, un'aura oscura che trascolora in un lirismo solitario e dilagante divenendo impenetrabile corazza contro ogni genere di avversità.
Quando le contemplo procedere contro il vento e stagliarsi contro di esso poderose e incrollabili, ho l'impressione di assistere al manifestarsi di una forza sovrumana. Contrappongono al vento una nerbo, una fierezza che parla di atavica sofferenza, di fatica, di lavoro, di sacrifici, di esilio. E mi ritorna la straziante bellezza dei versi di Anna Achmatova e mi sovviene di quanto abbia amato la poesia della Signora di Odessa e di come mi sia rimasta nell'immaginario, in certa misura potente più di ogni altra, come un monolite invalicabile.
In particolare una sua fulminante composizione dal titolo "Ultimo Brindisi", dalla raccolta pubblicata nel 1934 "Il Giunco". Questi versi si attagliano alla pelle di queste donne venute da lontano e ne penetrano il travaglio, l'intima soma. La durezza di questi versi è la durezza di questa gente, ogni pena è sublimata e trasecola dentro una pelle che non può più essere trapassata da niente e nessuno:

Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all’inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

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martedì 13 marzo 2007

Memorie cattolichine

"Da la Vantena in giù" è l'ultima fatica letteraria (us fa par dì, dice lui) di Peter Tonti, cattolichino verace, che non è sbagliato definire coscienza storica della città, magari insieme ad altri due insigni annalisti della Regina quali Lucia De Nicolò e Guido Paolucci.
Il libro è un compendio di poesie dialettali dell'autore, brani di vita vissuta e anedottica sparsa, fotografie d'epoca e memorie di una topografia e di una toponomastica inghiottite dal vortice degli anni e sopravvisute quasi esclusivamente nell'oralità degli anziani e nei loro ineffabili intercalari dialettali. Inutile dire che pur nel suo apparente caos strutturale il libro risulta estremamente godibile e perfino affascinante nei suoi rimandi storici, collocandosi come importante riferimento per un recupero di tradizioni e uomini che hanno fatto di Cattolica quello che attualmente è: uno dei più importanti centri turistici di tutta la costa adriatica.
In verità alcuni aneddoti sono talmente esilaranti che non posso esimermi dal pubblicarli, eccone un paio:
"Voi tutti avrete sentito parlare di Gianèn, dunque Gianèn ha conosciuto la sua futura moglie sotto una pioggia di bombe e granate, mentre il fronte passava sul fiume Conca dove i due erano sfollati. Tanto tempo dopo, dopo l'ennesima lite con la moglie, Gianèn andò in Comune a chiedere i documenti per fare la richiesta dei danni di guerra. Quando l'impiegato gli chiese che tipo di danni avesse subito, Gianèn candidamente rispose: - Che dann ca ho avù? Più che dann l'è stè na catastrofe! Ho cnusù la mi moj drent el rifugio!" [n.d.t. Che danni ho avuto? Più che un danno è stata una catastrofe! Ho conosciuto mia moglie dentro il rifugio!]
"Un giorno del 1943, i tedeschi misero due civili, Bagòn e Fissciòn, di guardia al ponte di ferro affinchè si evitassero eventuali sabotaggi, dando loro una parola d'ordine per i controlli da parte delle pattuglie tedesche. Al primo controllo notturno, alla richiesta della parola d'ordine, Bagòn, che era rimasto solo, perchè il collega se ne stava tranquillamente all'osteria, rispose: - Me an la ho, u la ha Fissciòn drenta la Luna" [n.d.t. io non ce l'ho, ce l'ha Fissciòn dentro l'Osteria della Luna]
Concludo il mio omaggio al libro di Peter con un altro passo estrapolato dal magma ribollente di "Da la Vantena in giù", si tratta di una lista di soprannomi dialettali e relativa libera (e mordace) traduzione peteriana:
  • BESAMADON - Uno molto pio
  • MUCLON - meno pio
  • CITRATO - uno rinfrescante
  • SPUDAFOGH - uno molto incazzareccio
  • LA BELA - gradevole nell'aspetto
  • SCARAFON - dall'aspetto meno gradevole
  • CICHET - che beveva
  • CHERUBEN - molto buono
  • AL DIAVLET - molto cattivo
  • GENEROS - buono d'animo
  • CIMSEN - parassita
  • BUSCON - che incassa
  • CURIER - portaordini
  • BOTA AD FER - che da sicurezza
  • BAZOT - uno molle
  • AL BOV - uno con molta forza
  • FADIGON - gran lavoratore
  • AL BOT - lamentoso
  • CIUFLET - che zufolava
  • FISSCION - che fischiava
[La fotografia di inizio post fa parte dell'archivio Belemmi. E' una foto di gruppo di cattolichini e turisti sulla spiaggia di Cattolica nell'estate del 1929, mio nonno Attilio è il primo accosciato con i pantaloncini bianchi]

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mercoledì 21 febbraio 2007

Zio Lupo

L'Hotel Boston, prima della grande ristrutturazione del 2005, annoverava un imponente mobile ligneo di inizio secolo che dominava gran parte della Hall. Era la libreria per gli ospiti. Una presenza inusuale, quasi esotica, in un Hotel Cattolica che si immaginava frivolo e gaudente... Quella biblioteca divenne gradualmente un punto di riferimento per coloro che non disdegnavano il piacere sottile di una lettura sotto l'ombrellone. Una lettura che magari per una volta non offrisse i glutei impomatati di una procace velina alle prese con i paparazzi o le titaniche sofferenze del calciatore in convalescenza sorpreso in alto mare con uno stormo di scollate infermierine.
I titoli della bostoniana spaziavano dal giallo mondadori hard-boiled al feuilleton d'intrattenimento, dal volume divulgativo alle vecchie serie enciclopediche. E proprio in quest'ultima sezione vi erano alloggiati i Quindici, insuperato compagno d'infanzia di intere generazioni di quarantenni.
Il volume delle favole, quello dalla costa viola, era in effetti il più richiesto. Mamme disperate vi si rivolgevano come a un elisir miracoloso per espletare il rituale della nanna che in vacanza pareva far cilecca. Ma era un libro a doppio taglio. Se pescavi la favola sbagliata rischiavi l'effetto opposto, con il piccolo che ti guardava con occhi sbarrati e si rifiutava di dormire da solo. Alcune memorabili favole come "Zio Lupo" per esempio terminavano con una frustata:
"ahm che ti mangio! - E se la mangiò. E così Zio Lupo mangia sempre le bambine golose."
Fine. Buonanotte caro. Buonanotte? Quale buonanotte? Zio Lupo era lì, acquattato nell'ombra, da qualche parte nella stanza. Quale caspita di buonanotte poteva essere?
Zio Lupo incarnò nella mia infanzia tutto ciò che di più pauroso poteva materializzarsi dal buio intorno al sonno:
"Quando fu notte e la bambina era già a letto, si sentì la voce dello Zio Lupo da fuori: - Adesso ti mangio! Sono vicino a casa! - Poi si sentì il passo vicino le tegole: - Adesso ti mangio! Sono sul tetto!..." etc. etc. con vari elementi architettonici valicati prima del fatale epilogo pappatorio.
Buon vecchio Zio Lupo, dovessi descriverti ora direi: coprofago per inganno, antropofago per nemesi.
Ah... Stai lontano dal mio tetto... (perfavore)

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giovedì 15 febbraio 2007

Non disturbare (omaggio a Agota Kristof)

In occasione dell'entrata in funzione della nuove torre libraria da 4000 volumi del Centro Culturale Polivalente, una dozzina di poltrone con la dicitura "non disturbare" saranno disseminate in questi giorni sul territorio di Cattolica dall'amministrazione comunale. A disposizione, accanto alla poltrona, una pila virtuale di libri: un invito alla lettura per i cittadini (o un tremendo monito?).
Mi siedo in una di queste poltrone, mi metto comodo e apro bene gli occhi.

Arriviamo dalla Grande Città. Abbiamo viaggiato tutta la notte. Nostra Madre ha gli occhi arrossati. Porta una grossa valigia di cartone, e noi due una piccola valigia a testa con i nostri vestiti, più il grosso dizionario di nostro Padre, che ci passiamo quando abbiamo le braccia stanche.

Dalla mia poltrona "non disturbare" vedo la casa di Nonna, i due gemelli che aspettano in giardino, il dialogo crudele che trapela dalla finestra tra la Donna e la Vecchia Madre.

- Non c'è più niente da mangiare in casa nostra, niente pane, carne verdura, latte. Non posso più sfamarli.
- E allora ti sei ricordata di me. Per dieci anni non ti eri mai ricordata. Non sei venuta, non hai scritto" (...)
- Sono i vostri nipotini.
- I miei nipotini? Non li conosco nemmeno. Quanti sono?
- Due. Due bambini. Gemelli.
- E degli altri cosa ne hai fatto?
- Quali altri?
- Le cagne mollano lì quattro o cinque piccoli per volta. Se ne tengono due, gli altri li annegano.
L'altra voce ride molto forte. Nostra madre non dice niente e l'altra voce chiede:
- Hanno un padre almeno? Non sei sposata, che io sappia. Non sono stata invitata al tuo matrimonio.
- Sono sposata. Il Padre è al fronte. Non ho sue notizie da sei mesi.
- Allora puoi farci una croce sopra.
L'altra voce ride ancora, nostra madre piange.

Mi levo blandamente dalla poltrona "non disturbare", alzo lo sguardo e mi accorgo che le cose hanno continuato a scorrere intorno a me, in un lento esercizio di meccanicismo.
Tutto quanto incontro al suo naturale destino, metallico e perfetto come un cielo invernale.

[brani tratti da Agota Kristof "Trilogia della città di K." - Einaudi]

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