Il diaframma delle palpebre si schiude con uno squittio, come un ratto metallico.
Dal buio stralcio forme e arcipelaghi di figure. Ma anche un contorno di albe, una caligine, un neon verdastro che gracchia e piglia strane strade senza badare a nient’altro che all’intermittenza del rischiarato.
La cella contiene pareti. Bestie senzienti, spoglie, inodori.
Qualcuno arpeggia uno sguardo, nascosto, invincibile agli occhi.
Mi sdraio supino. Mi sollevo, guardo un nonnulla, di nuovo poso. Prigioniero dietro specchi senza riflesso, calcinacci oscuri e indecifrabili che s’ammantano …

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